L'Autore


Walter Marchionni, nasce a Villacidro, provincia di Cagliari, il 31 gennaio 1963 .
Figlio di Dino (urbinate , noto incisore ed acquerellista proveniente dall’Istituto d’Arte di Urbino, attivo dal ’54 a Villacidro ,dove ha insegnato arte per oltre trent’anni, e deceduto nel 1994)
esordisce nel mondo dell’arte, con il nome d’arte di “Giò Tanchis”, (Tanchis è il cognome della madre Maria) con alcune esposizioni nel 2005. Il periodo precedente a questa data è segnato da un forte coinvolgimento nel mondo dell’arte con l’attività di curatore ed organizzatore di mostre in collaborazione con le più importanti istituzione della Sardegna. In questi anni crea la 1^ organizzazione di promozione dell’arte, in Sardegna, attraverso il telemarketing ed un gruppo di consulenti d’arte. Successivamente apre una piccola galleria d’arte nel proprio paese a Villacidro, dove espongono, tra gli altri, artisti quali Monteforte, Tessaro, Stile.
Ma è tutta la vita di Walter Marchionni che è contrassegnata da una forte passione per l’arte; grazie ai primi insegnamenti del padre, del tutto spontanei, Marchionni oltre a sviluppare il senso estetico
( già a dieci anni sfogliava lo Skirà della storia dell’arte) si cimenta i quelle tecniche utilizzate dal padre Dino, che inevitabilmente lo coinvolgeva insieme alla sorella Rosa ed il fratello GianLuigi. In questa sorta di cenacolo familiare, nel Marchionni si sviluppa la passione soprattutto per il colore ed il tratto deciso e marcato.
Le tecniche utilizzate come l’acquerello, la china , i pastelli non consentivano appieno di mettere in pratica questa sua passione per il colore , cosa che avviene quando ,in età matura, scopre i colori acrilici, le paste , le vernici.
In tutti questi anni Marchionni disegnava e dipingeva in privato per una propria soddisfazione personale. Poi l’esordio nel 2005, ma è nel 2007 che raggiunge una discreta notorietà con alcune esposizioni in Costa Smeralda a Porto Rotondo e Porto Cervo.
Nell’Ottobre dello stesso anno, nelle Sale del Comune di Sanluri, ha l’onore di esporre le proprie opere insieme ad alcune incisioni del maestro Sassu. Nel gennaio del 2008 la sua prima personale nel Centro Culturale d’Arte “ Exmà” del Comune di Cagliari.
Nel mese di maggio sempre del 2008 la grande mostra “Spagna-Sardegna Viaggio pittorico” con il patrocinio dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia , allestita nella Galleria Lazzaro by Corsi di Milano al Broletto.
Walter Marchionni vive a Villacidro con la moglie Angela ed i figli Valentina, Alessandro e Benedetta.

Principali esposizioni:

Aprile 2007 - Caffè Letterario Cocco , Cagliari
Giungo/Agosto 2007 - Hotel Abi d’Oru, Porto Rotondo
Giungo/Agosto 2007 - Hotel Luci di La Montagna, Porto Cervo
Settembre 2007 - Promocamera Fiera di Sassari
Ottobre 2007 - Figurazioni Sassu-Tanchis, Sale Montegranatico Comune di Sanluri
Patrocinio Regione Autonoma della Sardegna

Gennaio 2008 - Centro Culturale d’Arte Exmà, Cagliari – Patrocinio Comune di Cagliari
Maggio 2008 - Galleria Lazzaro by Corsi, Milano - Patrocinio Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna Roma
Giugno 2008 - Palazzo Ducale Sassari – Patrocinio Comune di Sassari
Luglio/Settembre 2008 - Hotel Abi d’Oru Porto Rotondo
Agosto 2008 - Galleria Lazzaro by Corsi – “La Marguttiana” Collettiva Forte dei Marmi (Lu)

Aprile 2009 - Palazzo Vescovile Villacidro – Patrocinio Comune di Villacidro
Luglio/Settembre2009- Antica Casa Diana – Sardara
Luglio/Settembre 2009- Art Found Gallery Losanna Collettiva – Porto Cervo
Ottobre 2009 - “Tra noi .. il mare” Monteforte-Luchini-Tanchis . Montegranatico Serramanna (CA)





TESTI CRITICI

TANCHIS, VIAGGIO PITTORICO FRA SPAGNA E SARDEGNA
di Domenico Montalto

Un duraturo ritorno alla pittura dipinta caratterizza l’arte contemporanea nell’ultimo decennio. Un recupero del “mestiere” che sembra essersi diviso in due filoni egemoni: il neo grottesco infantile, figlio di Basquiat e dei vari graffitismi urbani; e il copioso, talora stucchevole perfezionismo di matrice fotorealista. In questo scenario, che da tempo non registrava convincenti novità, spicca ora singolarmente il lavoro del sardo Walter Marchionni, che s’è scelto lo pseudonimo d’arte di Giò Tanchis. La sua vigorosa pittura si segnala infatti per una singolare forza istintiva, il cui equivalente linguistico sono una figurazione icastica e primaria, una gestualità solenne e un cromatismo sonoro. Questa sua indole sauvage, che rinvia indubbiamente alle avanguardie storiche della modernità, dai Fauves a Picasso, risulta però nutrita e temperata da una profonda cultura, da una nitida consapevolezza del retaggio mitopoietico di quell’ancestrale koiné o civiltà simbolica mediterranea alla quale l’autore riconosce di appartenere.
I tori e i cavalli al galoppo di Tanchis, costruiti pittoricamente sulla tela tramite dense e materiche textures coloristiche a tecnica mista, appaiono visivamente come nerissime silhouettes di un bestiario da corrida, implosive di energia e “ritagliate” su sfondi compatti o sommariamente campiti di cromìe innaturalistiche ma calde: bianchi, gialli accesi e rossi, colori – questi ultimi due – che rimandano non solo al paesaggio sardo ma anche, in modo subliminale, alla bandiera spagnola, ovvero a quel secolare processo di ispanizzazione della Sardegna che tanto ha influito sulla “sardità”, sull’anima e sull’identità culturale isolana.
Per diversi secoli, un comune destino storico unì la Spagna alla Sardegna, facente a lungo parte dell’area d’influenza Iberico-Aragonese. Tempi difficili di peste, di lotte dinastiche e di scorrerie piratesche, ma anche tempi in cui in Sardegna si affermarono la cultura e l’allevamento del cavallo. Ed è proprio il cavallo, insieme al toro e all’uomo, il protagonista della tauromachia, la corrida o fiesta brava, la “festa coraggiosa” emblema per eccellenza dell’ibericità, che Tanchis evoca nei suoi quadri, ripuliti d’ogni aneddoto o racconto pedante e impostati invece, unicamente, sulla sagoma dell’animale, esprimente, paganamente, brutalità e innocenza. Masse e tarsie di colore puro (il rosso del rito di sangue, il giallo e il bianco canicolari, il nero del corpo ferino) animano la tauromachia di Tanchis, nella quale però mancano matador, piquadores, banderillas, paso doble e veronicas, insomma tutto quell’armamentario romantico che stregò i padri del moderno, sia in arte sia in letteratura: Goya, Picasso, Lorca, Hemingway. Le opere di Tanchis visualizzano furia, dinamismo, energia, proprietà suggerite anche nei titoli; i certi casi si soffermano sul macro-dettaglio: un corno o il pelame color basalto che divengono vere e proprie forme astratte.
Impaginata con somma eleganza, la tauromachia di Tanchis è una scena atemporale, collocata fuori dalla cronaca e dalla verosimiglianza del réportage, bensì appartenente al regno millenario degli archetipi, di cui il toro è il re, fin dalla civiltà del Nilo. Strabone vide in Egitto i giochi taurini: «…I tori, liberi, combattono tra di loro e quello che viene considerato vincitore riceve un premio». In una tomba della XII dinastia vediamo raffigurati due tori che si battono e, accanto, due uomini che li frustano. Ma lo spettacolo taurino è diffuso in tutta l’area del Mediterraneo. Negli affreschi del Palazzo di Minosse a Creta si vedono giovani uomini che compiono acrobazie sopra un toro. Una delle fatiche di Ercole fu la sfida contro i tori di Gerione, proprio in Spagna. Diffusa anche nell’antica Roma, la tauromachia venne infine perfezionata nella Penisola iberica. I mori dell’Africa settentrionale, che invasero l’Andalucia nell’VIII secolo a.C., la trasformarono da spettacolo brutale in un rito dei giorni di festa, nel quale lo sfidante, montando destrieri, affrontava e uccideva il toro.
Questo vitalismo del toro e del cavallo, che prima di lui fu tema pittorico elettivo di Goya, di Picasso, di Salvatore Fiume e di Aligi Sassu (anch’egli artista sardo), Tanchis ce lo restituisce con accenti nuovi e attuali, confermandoci insieme – nell’epoca dell’icona virtuale – la sorprendente vitalità della pittura.






SANGRE, MUERTE Y SOL

... un blocco nero: il Toro.
Gomitolo di tenebre. Le sue corna ampie
sono inghirlandate di bianchi orizzonti ventilati.
... Il suo garrese è fasciato d’una porpora viva
che frigge con scoppiettio dorato, fra i lunghi
raggi della graticola solare.
... cappe trionfali di scarlatto e arancione abbacinanti.
F.T.Marinetti, Spagna veloce e toro futurista, 1931


“Abbacinanti”. Anche Filippo Tommaso Marinetti come tanti, prima e dopo di lui, resta accecato dal bagliore primitivo della corrida. E quella vitalissima festa di morte si incide, a chiudere il suo poema spagnolo, con tutto il tripudio selvaggio dei colori che la intridono. Si placa, per una volta, il clangore prepotente della macchinolatria per lasciar posto a un lirismo intarsiato fitto di smalti abbaglianti, policromia incalzante, eccitata, che si chiude con quel sole enorme che scende i gradini della tribuna “...grande occhio d’oronero”.
Nero assoluto, giallo africano, rosso denso e il bianco si inseguono ansiosi, liberati dalla noia della punteggiatura, nelle pagine del futurista: si incontrano, scontrano, si incastrano per sovrapporsi, alternarsi, in un carosello vorticoso. Proprio come nelle tele di Walter Marchionni.
Colori di Spagna mediterranea, aspra e violenta, che vivono in fondo all’anima di ogni sardo, capaci di esplodere, se accesi dalla nostalgia di sudditanze vetuste eppure insopprimibili. Colori rimbombanti, dal passato remoto al presente, come lo scalpitio dei cavalli al galoppo sul selciato, come il rosso e il giallo dei pali di Aragona e il nero dei quattro mori inquartati nello scudo antico di Alcoraz. Colori materiati da Marchionni, con spavalda umiltà di epigono, alla scuola degli spessori grassi picassiani o ancora spalmati grevi sulla tela nel modello dell’opulenza abbagliante di quel siculo sultano del colore che fu Salvatore Fiume.
Colori piatti, pieni, giustapposti come in un sintetico intarsio futurista e rumorista, quanto basta, a farci avvertire l’ansimare nero della bestia, l’affondare felpato degli zoccoli sulla sabbia gialla dell’arena, il respiro scarlatto della muleta e il silenzio acuto, rosso, del sangue che si allarga, inesorabile come la fine.
Metafora veloce ed essenziale dell’esistere, che si agita convulsa nell’iberica festa crudele e si rispecchia, da secoli, sulla tela – e nei colori.
Giorgio Pellegrini
Cagliari. Gennaio 2008

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